Trading online e tasse

Al momento dell’apertura di un account su una piattaforma di trading online (sia che si intenda operare con il Forex, con i CFD o le opzioni binarie), si è attirati prevalentemente dalla prospettiva di accumulare potenziali guadagni, con i quali arrotondare lo stipendio mensile o persino sostituire le entrate garantire da un lavoro di tipo tradizionale.

Non è quindi inusuale che un trader ignori in un primo momento le implicazioni della tassazione sui proventi dell’attività su internet, per concentrarsi maggiormente sull’apprendimento delle tecniche di negoziazione.

Tuttavia, è bene sapere che i profitti guadagnati con le interfacce di trading sono soggetti ad un prelievo fiscale, fatto che conferma il detto secondo il quale ci sono solo due cose sicure al mondo: la morte e le tasse.

Vediamo quindi, qui di seguito, come dichiarare i guadagni accumulati con le piattaforme online.

Trading online: La Direttiva 2008/48/CE

Qualcuno sostiene ancora che la liquidità frutto dell’attività di trading non sia tassabile, facendo riferimento al regime in vigore negli anni passati. Questo era vero, ma solo sino al settembre 2010: mettendosi in regola con la Direttiva Europea 2008/48/CE, l’Italia ha infatti modificato le normative precedenti, introducendo la tassazioni sui profitti delle transazioni finanziarie su internet, e questo a seguito degli ingenti capitali che transitavano, e circolano tuttora, sulla rete.

La diretta conseguenza di questa misura è stata l’equiparazione dell’attività sulle piattaforme a qualsiasi operazione finanziaria. Se questa decisione da una parte ha contribuito ad aumentare la reputazione del trading online, non più da considerare come un semplice gioco d’azzardo, dall’altra ha preoccupato numerosi trader, specie quelli più abili ed in grado di accumulare importi a 5 o 6 cifre. 

Le tasse sui profitti con il trading online

Ma quali sono gli effetti più diretti della Direttiva? La conseguenza più rilevante riguarda ovviamente la tassazione dei guadagni, che segue quella tipica degli investimenti finanziari: se nel 2010 l’imposta corrispondeva al 12,5% sui profitti, ora la percentuale ha raggiunto il 26%, livello tuttavia inferiore a quello stabilito in altri Paesi Europei.

Questo significa che i proventi andranno inseriti nella dichiarazione dei redditi, considerato che la maggior parte dei broker eroga la liquidità lorda e non netta. Se non si è pratici con queste procedure, sarà utile avvalersi della competenze di un buon commercialista, possibilmente in possesso di una conoscenza di base del trading online. 

La Tobin Tax e il trading online

Relativamente alla Tobin Tax occorre, invece, fare un discorso a parte. Questa misura corrisponde ad un’aliquota sulle transazioni finanziarie a breve termine, il cui nome deriva da quello del suo ideatore, il professore James Tobin.

Per quel che riguarda il trading online, se la tassa non si applica ai proventi frutto di guadagni con il Forex, va invece calcolata sui guadagni ottenuti con i CFD (i contratti per differenza) su azioni italiane. É bene, tuttavia, specificare che in questo caso la piattaforma funge da sostituto d’imposta, per cui si riceverà l’importo già decurtato dalla tasse. 

Tasse, residenza fiscale e trading online

Un’ultima considerazione da compiere quando ci si appresta ad affrontare il tema dell’imposizione fiscale sul trading online è quello della residenza fiscale del trader. L’attività con le piattaforme può essere svolta in tutto il mondo, ma ciò che conta non è la sede legale del broker, bensì quella del titolare dell’account.

Le tasse da pagare dovranno quindi essere definite dal paese dove il trader ha fissato la residenza fiscale (e non il domicilio).

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