Bitcoin e criptovalute: guadagno sicuro?

Gli investimenti in Bitcoin, e più in generale sulle criptovalute, possono rappresentare una fonte di reddito, ma molte persone non si spingono a sfruttare questa opportunità di guadagno oppure la usano con preoccupazione perché non sanno se, e come, dichiarare gli eventuali profitti.

Purtroppo il quadro non è completamente chiaro. Le criptovalute sono una moneta virtuale basata su una tecnologia avanzata e le normative non sono sufficientemente aggiornate per dare una risposta definitiva in merito.

Per capire come comportarsi da un punto di vista fiscale bisogna utilizzare, come riferimenti, le leggi in vigore e i pareri già espressi dalle istituzioni e tenere d’occhio gli aggiornamenti prossimi.

I pareri dell’Agenzia delle entrate e del tribunale europeo

Il primo parere autorevole in merito alla tassazione è arrivato nel 2016 dall’Agenzia delle Entrate con la Risoluzione 72/E. In questo caso c’è stata un’equiparazione delle criptovalute alle monete estere.

Se questo ha momentaneamente permesso di iniziare ad avere un quadro più chiaro, a complicare immediatamente la situazione è intervenuta una sentenza del tribunale europeo che ha ridimensionato queste valute a solo strumento di pagamento.

Una ‘diversità di opinioni’ notevole perché, nel primo caso, la compravendita di Bitcoin e la relativa realizzazione di plusvalenze deve essere dichiarata e tassata secondo le stesse regole seguite genericamente nel Forex.

Questa ipotesi è sicuramente la più svantaggiosa per gli investitori, ma cosa comporterebbe?

Bitcoin come una moneta estera?

Che succede, dal punto di vista fiscale, se si paragona una criptovaluta ad una moneta estera. Occorre precisare che il solo possesso di una valuta non è soggetto a tassazione, mentre viene tassato l’eventuale profitto che deriva da un compravendita.

Secondo il Testo Unico delle Imposte dei Redditi, le plusvalenze ottenute dallo scambio di valute estere risultano fiscalmente imponibili al 26% se la la loro giacenza media su conti e depositi del contribuente risulta superiore ai 51.645,69 euro per più di 7 giorni consecutivi.

Una cifra importante, che corrisponde ai cento milioni delle vecchie lire e oltre la quale occorre, quindi, versare le relative imposte (sull’intera somma e non solo sulla cifra eccedente la soglia).

Quali tasse per i Bitcoin?

La non imponibilità non esenta però dall’eventuale pagamento di altre tasse e imposte.

L’IVAFE ad esempio, cioè l’Imposta sul Valore delle Attività Finanziarie all’Estero deve o non deve essere corrisposta? Anche questa domanda non ha un risposta semplice.

Assimilare le criptovalute alle monete estere significherebbe, infatti, riconoscere una territorialità alle stesse, ma queste monete elettroniche sono gestite in maniera elettronica e con strumenti decentralizzati e distribuiti su più territori, quindi non si dovrebbe (il condizionale è necessario!) generare l’obbligo di segnalare lo scambio di criptovalute come attività finanziaria detenuta all’estero.

L’errore da non commettere con le criptovalute

Sul web, in merito ai Bitcoin e a tutte le monete simili, sono girate numerose leggende. In primis è stato detto che il possesso di criptovalute non è tracciabile e di conseguenza non è necessario dichiarare nulla perché nessuno si accorgerà mai delle eventuali plusvalenze. In realtà sono già disponibili strumenti tecnologici che consentono di risalire al proprietario (o ai proprietari) di ogni criptovaluta.

Se anche non fosse possibile risalire ai proprietari, qualora le plusvalenze fossero molto elevate bisognerebbe considerare che gli eventuali acquisti effettuati con esse potrebbero attirare l’attenzione del fisco.

Per essere in regola conviene quindi monitorare attentamente gli sviluppi normativi ed, eventualmente, rivolgersi ad un consulente esperto in materia.

Le criptovalute stanno ricoprendo un ruolo sempre più importante nel mondo degli investimenti e questo spingerà la politica nazionale e internazionale a intervenire in qualche modo.

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